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presa al volo / n°50

rimbocchiamoci

 

presa al volo / n°50 - 23.11.17


Su quanto accaduto domenica a Padova nel corso di Petrarca-Mogliano di Under 16 si è scritto e parlato molto e ancora se ne farà. Non possiamo però esimerci dal commentare l'accaduto. Un'invasione di campo di genitori durante una partita di giovanili con aggressione violenta non è cosa su cui passarci sopra.

Personalmente penso che sul nostro splendido sport si sia spesa troppa e troppo immotivata retorica, come se il fatto di giocare con un pallone “diversamente rotondo” ci rendesse immuni dai problemi e difetti di altri sport. A volte ci siamo anche resi antipatici, ostentando una superba superiorità di Valori Morali a nostro dire insiti nel nostro DNA, contraddetta troppo spesso proprio dagli addetti ai lavori.

Invece anche il nostro sport, con la cresciuta popolarità e l'allargamento della base, era prevedibilmente destinato a subire il progressivo deteriorarsi dei principi valoriali e sociali di questi tempi, in un paese con scarsa cultura sportiva. Abbiamo finto di non vederlo, convinti di aver nel nostro “organismo” gli anticorpi necessari, che hanno funzionato per decenni ma che ultimamente hanno cominciato a non essere sufficienti.

Così abbiamo tollerato che sempre più dentro e fuori degli spogliatoi si usassero linguaggi bellici, toni epici, enfatizzando il valore della vittoria e della sottomissione degli avversari, molto spesso autorizzando e tollerando incitazioni alla violenza. Cominciando da concetti errati come Rugby Sport di combattimento: chiarisco, il rugby è sì uno sport di confronto e scontro anche fisico, che include anche il combattimento, ma non come ultimo fine e non come fine a se stesso. Il fine è la meta e portare il pallone nella meta avversaria. E ciò comporta anche, ma non solo, lo scontro fisico.

Faccio questa disquisizione perché è importante capire che quando c'è contatto e scontro fisico ci devono essere confini limitati, regole precise e rispettate, rispetto dell'avversario e spirito sportivo, rispetto del arbitro. Il che vuol dire che finita la partita tutto si risolve con una stretta di mano cavalleresca e una pacca sulla spalla. Qualche bella zuffa, qualche Bagarre per dirla alla francese, nell'eccitazione dell'agonismo c'è sempre stata, ma alla fine tutto si aggiustava nel terzo tempo: anche le intemperanze tra tifosi (“Barone” si ricorda bene Colleferro!)

È questo il senso originario del terzo tempo, finita la partita, fuori dagli spogliatoi, tutti amici, davanti ad una birra e ad un piatto di pasta, magari a prendersi in giro allegramente. Bene avete osservato cosa sono oggi i terzi tempi del minirugby e delle giovanili? Una squadra da una parte e una dall'altra, chi esce prima dagli spogliatoi non aspetta nemmeno gli altri per mangiare, spesso nemmeno gli allenatori e dirigenti condividono la tavola….allora che senso ha?
Lo stesso vale per il rispetto dell'arbitro, sempre più siamo costretti a vedere sceneggiate degli allenatori che innervosiscono giocatori e spettatori.

Ma gli episodi di intemperanza dei genitori, le invasioni, il pubblico che offende e assale i giocatori si stanno moltiplicando con preoccupante frequenza e gravità. Anche nei tornei di minirugby assistiamo a scene poco edificanti.
Allora non basta più dissociarsi, condannare e giustamente punire, bisogna cominciare un profondo concreto processo di educazione.

È quindi tempo che le società, i club prima della federazione prendano ad educare in primis i propri tesserati per poi trasmettere valori e comportamenti adeguati alle famiglie e ai genitori (che costituiscono la parte preponderante del pubblico delle giovanili), isolando sul nascere i fenomeni violenti e diseducativi. A partire dal minirugby, dove troppo spesso vediamo episodi di esasperato agonismo e sopravvalutazione della vittoria, dove il valore educativo della sconfitta sportiva ignorato, dove le aspettative genitoriali schiacciano e opprimono i giovani atleti che invece vogliono solo divertirsi e lottare sì per vincere, ma in modo sereno e “leggero”.
Rimbocchiamoci le maniche che c'è tanto da fare, cominciando col fare proposte concrete, come vertici tra società, incontri promossi dal comitato, materiale divulgativo per le famiglie, dibattiti.

 

Sergio Amaglio

 

 

 

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