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presa al volo / n°55

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presa al volo / n°55 - 28.11.18

 

un'esperienza toccante

e piena di significati

 

La Fondazione “Il nostro domani” gestisce a Cavriè di san Biagio di Callalta la casa “Giovanna De Rossi” in onore di colei che con un lascito ha permesso la costruzione e la realizzazione di questa residenza per disabili.

In questi giorni l'associazione ha festeggiato il quindicesimo compleanno della casa che da ospitalità, assistenza, cura e sostegno ad una ventina di persone con varie disabilità, fisiche o mentali. Grazie all'interessamento dell'Amico Giovanni Uliana gli ospiti della casa e la Tarvisium si erano già incontrati questa primavera: In occasione di una partita di Rugby in casa coincidente con il CONAD Day ricevemmo la loro visita, una insolita ed emozionante domenica per loro e per noi.

Non potevamo quindi ignorare alla celebrazione, sabato 24 u.s., dei tre lustri della casa e questa volta abbiamo noi ricambiato la visita, con una delegazione di atleti della prima squadra e della giovanile e di qualche dirigente. E' stata una esperienza toccante e piena di significati che ci ha reso più consapevoli di quanto siamo fortunati e di quanto siano effimeri le nostre preoccupazioni ed i nostri problemi di quotidiana routine. Abbiamo anche avuto modo di apprezzare e toccare con mano quanto prezioso, difficile, importante e meritevole sia il lavoro di tutti gli operatori che si prodigano affinché gli ospiti della casa conducano una vita serena e dignitosa. La partecipazione alla Santa Messa tutti insieme è stato un ulteriore momenti di vicinanza e comunità. Un legame che non si deve interrompere. Infine un grazie a Giovanni che ci ha permesso di conoscere questa realtà e toccarla con mano.

 

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presa al volo / n°54

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presa al volo / n°54 - 30.10.18

 

il quarto elemento

(Lettera aperta a Davide e Gaia)

 

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Il rugby mi ha insegnato molte cose. Tra tutte: l’ordine, il rispetto delle regole e l’impegno. Ho pensato a lungo che questi tre elementi bastassero a spiegare l’amore profondo che provo verso il mio sport, le scelte che ho sostenuto per praticarlo e l’importanza che ha avuto nella mia vita. Poi, quasi per caso, ho messo a fuoco un quarto elemento: evidente, quasi banale eppure dimenticato o peggio, dato per scontato.

Nessuno mi ha obbligato a giocare a rugby. Nessuno mi ha mai costretto ad entrare in una squadra invece di un'altra. Le idee si scelgono e poi si inseguono e se necessario si difendono; non si devono (mai) subire né aspettare.

Quando in campo dovevo affrontare gli avversari, in situazioni che si ripetevano sempre diverse, nessuno era in grado di dirmi prima, con precisione, come mi sarei dovuto comportare dato che il rugby, esattamente come la vita, non si può imparare a memoria. Certo, era mia dovere arrivare all’appuntamento preparato, allenarmi con costanza e tenacia, ascoltare con umiltà e fiducia le correzioni e i consigli del mio allenatore, abbracciare la strategia e l’interesse della squadra, ma poi ero io che, di volta in volta, calato nella battaglia, dovevo essere capace in pochi istanti di vedere la specifica situazione, comprenderla e quindi agire nel modo che ritenevo più adeguato. Per me e per i miei compagni. Da solo o con loro.

Non poteva che essere così dato che non solo l’obbiettivo del nostro agire (condizione di appartenenza ad una squadra), ma anche il percorso per raggiungerlo (in sintesi: il nostro ordine) nessuno ce li può imporre a priori.

Piuttosto, c’era un atteggiamento che ci accumunava, non come regola, ma come principio: l’avanzare o meglio, l’andare verso. Con il pallone per raggiungere la meta o senza pallone per fermare gli avversari il più lontano possibile dalla nostra. E quando un compagno era in difficoltà andavamo verso di lui per aiutarlo, nel rispetto di un dovere che era innanzitutto morale. Rimanere fermi ci avrebbe inesorabilmente reso non solo dei perdenti, ma anche dei pavidi egoisti e avrebbe infranto a priori la condizione di appartenenza alla squadra. Bastava che uno non “salisse” e tutto il meccanismo saltava, che uno non aiutasse l’altro come se l’altro fosse lui, e tutti eravamo più deboli. Ecco che allora, la ricerca del nostro ordine avveniva attraverso una volontà comune di espansione, generata ed alimentata dal fluire di una energia interiore che ci rendeva speciali.

Andavamo verso. Costantemente. Con impegno e convinzione. E non solo sul terreno di gioco. Questo generava in noi un profondo piacere, talmente intimo che ancora oggi non trovo le parole per descriverlo. Non era un caso quindi né tantomeno un atto eroico se cercavamo fino all’ultimo di scendere in campo anche quando eravamo infortunati. E se non ce la facevamo o qualcuno meritava di giocare più di noi, non ce ne stavamo a casa: chiedevamo comunque di andare in spogliatoio, in borghese, con il dispiacere nel cuore, ma con la disponibilità di servire con umiltà chi sarebbe sceso in campo. Quello era l’ordine che avevamo scelto e che perseguivamo con tenacia perché ci faceva sentire a posto. Nel bene e nel male. E quando le partite finivano, indipendentemente dal risultato, ci ritrovavamo ogni volta a condividere spontaneamente il sapore di quell’ordine con chi era stato nostro avversario in campo. Mai nemico.

Io sono un rugbista. Mi piace sentirmi speciale. Ma sono convinto che l’energia interiore che ci faceva espandere non sia una proprietà esclusiva dei rugbisti. Al contrario, appartiene a tutti, sportivi e non, presente in ciascuno di noi fin da bambini. Chi ha passato la sua infanzia a giocare sui campi spelacchiati farciti di sassi o in strada, non può aver dimenticato lo spirito che lo animava, l’intensità e la passione che lo spingeva in avanti, con le braccia aperte, faccia al sole, incapace di mollare fino all’ultima goccia di luce come se in gioco ci fosse il campionato del mondo. E ancora, il piacere intenso, pieno, appagante del fare e dello stare insieme, del condividere l’appartenenza.

Vedete, il rugby, in me, ha avuto il merito di mantenere viva questa fiamma.

Un privilegio.

Uno stimolo a continuare ad avanzare, con la stessa forza, verso il mio ordine, tra successi e sconfitte, tra accelerazioni e brusche fermate. Ma sempre una fonte di piacere intima e profonda.

Quella fiamma, figli miei, è anche dentro di voi. E per quanto talvolta la nascondiate e soffochiate con sacchi pesantissimi di virtualità effimera, è ancora là.

Prendetevene cura, fatela crescere, alimentatela nei modi che riterrete più opportuni.

Vi prometto che non vi permetterà mai di essere foglie dimenticate che hanno preferito la terra al vento; al contrario vi renderà esploratori coraggiosi che, con il sorriso sul viso, scelgono consapevolmente di affrontare il volo per potersi espandere.

Paolo Marta

da
https://www.facebook.com/search/top/?q=paolo%20sat%20marta

 

presa al volo / n°53

premiazione villepreux

presa al volo / n°53 - 15.09.18

 

 

finalmente!

 

Con una cerimonia nella cittadina Inglese di Rugby
Pierre Villepreux è entrato, col numero 140,
nella World Rugby Hall of Fame,

il “pantheon” che riunisce i più grandi personaggi
del Rugby di tutti i tempi.

 

Non c'è da esserne sorpresi, mai riconoscimento fu più meritato


34 caps nella Nazionale Francese, 3 tornei delle 5 Nazioni di cui un grande Slam come giocatore. Come allenatore un campionato italiano con la Benetton, Responsabile tecnico della Nazionale Italiana, tre campionati Francesi con lo Stade Toulousain, 2 grandi Slam nel 5 nazioni e vicecampione del mondo con la Francia…. Grande formatore quando è stato chiamato da Invernici a dirigere la nazionale il suo primo pensiero è stato quello di formare una scuola, un gruppo di tecnici preparati. Con l'amico Georges Coste hanno fatto fare alla nostra nazionale un salto di qualità che ahimè rimpiangiamo. A 75 anni è tutt'ora molto ascoltato e seguito, apprezzato da coloro che amano il rugby di movimento, il gioco aperto, lo spettacolo. Ma aldilà delle performance sportive di giocatore e allenatore la sua grandezza è stata ed è la sua dimensione divulgativa e formativa. La sua concezione e la sua filosofia di gioco si possono condividere o meno, ma la sua attenzione alla pedagogia, al modo di insegnare ed allenare, alla evoluzione del gioco e dello sport stesso sono fuori discussione e ne fanno una delle persone più influenti del panorama rugbistico mondiale; non per nulla ha per lungo tempo fatto parte della commissione della IRB che studia l'evoluzione delle regole e quindi del gioco

Chi ha l'onore di conoscerlo bene e l'occasione di vederlo ancor oggi in campo e in aula può testimoniare dell'entusiasmo con cui si mette a disposizione di tutti con autorevolezza e carisma ma anche con estrema semplicità e disponibilità che sono la misura di un grande uomo oltre che di un grande tecnico e divulgatore del rugby. Spiegare ad un bambino come trovare lo spazio o ad un allenatore come lanciare il gioco per un esercizio, spiegare come insegnare il rugby e allenare dai ragazzini ai professionisti, per lui non fa nessuna differenza: semplicemente mette a disposizione di tutti le sue conoscenze e la sua filosofia di rugby ed di formazione.

Due anni fa, fu protagonista insieme ad altri importanti personalità dello sport della splendida serata che orgnizzammo a Piazza Rinaldi, Sport che Effetto che Fa: il suo intervento fu una lezione memorabile sulla sua concezione di squadra e su quelli che sono i presupposti per costruire una storia di successo

Da quest'anno è cittadino onorario della nostra città, grazie all'iniziativa dell'amico Corrado e dell'ex presidente del consiglio comunale Franco Rosi, con una felice scelta di tempo.

 

congratulazioni Pierre!

Sergio Amaglio

 

parte dell'intervento di Pierre al minuto 9:00 del video della serat "Sport che effetto che fa!"

vai al video

 

presa al volo / n°52

ciaosimo presa

 

presa al volo / n°52 - 15.06.18

 

ciao Simo!

 

 

Mi ricordo il giorno che sei arrivato al campo accompagnato da tuo papà, il mitico “Pana”. Nei tuoi occhi si vedeva la decisione e la vivacità. Avevi deciso, tu avevi deciso, di venire a giocare con noi, di cambiare squadra. Ci hai messo due allenamenti per ambientarti al terzo eri uno dei nostri, pur restando legato con lealtà a affetto ai vecchi compagni del Villorba. Sei velocissimo, qualche volta quando serve giochi all'ala, e fai anche mete, ma non ti piace. Tu sei Flanker! Ti piace entrare nel vivo della lotta e del gioco e lì dai il meglio. Sprizzi vita da tutti i pori, affronti la vita a cento allora, anche a cavallo della tua vespetta verde che anche domani sarà in bella mostra al campo. Hai trovato una nuova passione, il disegnatore di fumetti e capsici che quella è la tua strada e ti ci butti a capofitto. Fino a quella maledetta domenica di un freddissimo febbraio.

Il vuoto che hai lasciato è stato colmato dall'amore dei tuoi fantastici genitori e ogni anno questo torneo è la tua festa! I tuoi amici che giocano per te e con te, fregandosene del risultato, per il piacere di stare lì con te e per te. Ci sarà come ogni anno qualche momento di commozione e qualche occhio lucido, ma poi prenderà posto l'allegria, come piace a te.

Ciao Simo! Un grande abbraccio a Pana a Antonietta!

S. A.

 

 

 

 

presa al volo / n°51

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presa al volo / n°51 - 12.06.18

 

alla Ruggers Tarvisium

 

il futuro è garantito

 

Si è conclusa, con quest'ultimo week end, una lunga stagione.

In chiusura, i campi del San Paolo sono stati calpestati da una miriade di giovanissimi rugbisti che si sono confrontati, misurando – per quanto possibile – i loro progressi all'insegna soprattutto del divertimento e del confronto delle loro esperienze.

Due giornate certamente intense ed impegnative, ma allo stesso tempo, tutto in campo e fuori, si è svolto in un clima di armonia, di condivisione e pure di gioia.

Grande merito va soprattutto alle società, ai loro dirigenti ed educatori alle loro squadre che, pur venendo da lontano condividono e partecipano assieme a noi questo nuovo metodo di confronto.

Gli arbitri sono stati impeccabili, ci hanno sapientemente guidato nell'equilibrio e nel giusto modo di far giocare i nostri giovanissimi.

Con sapiente mano l'organizzazione ha saputo fluidificare queste due intense e calde giornate, confortando tutti i partecipanti, giocatori e pubblico presente, con ottimo cibo e bevande sempre disponibili. La regia del nostro Minirugby, insieme alla grande competenza della nostra direttrice del torneo, ha saputo coordinare i circa novanta volontari che ci hanno aiutato, tra loro le inossidabili e consuete presenze della clubhouse Tarvisium, gli innumerevoli genitori che hanno offerto con dedizione ed ottimo "spirito" il loro tempo, con i ragazzi della Decima sempre in sostegno al nostro minirugby! Per tutta la durata dei tornei siamo stati in diretta on-line grazie al nostro gruppo comunicazione! 

È stata certo una grande prova, un weekend dal quale abbiamo capito che alla Ruggers Tarvisium il futuro è garantito e ciò, soprattutto nella stagione della vigilia del nostro cinquantesimo anno, è fatto importantissimo!

 

grazie a tutti i protagonisti,

in campo e fuori!

 

Guido Feletti

 

 

presa al volo / n°50

rimbocchiamoci

 

presa al volo / n°50 - 23.11.17


Su quanto accaduto domenica a Padova nel corso di Petrarca-Mogliano di Under 16 si è scritto e parlato molto e ancora se ne farà. Non possiamo però esimerci dal commentare l'accaduto. Un'invasione di campo di genitori durante una partita di giovanili con aggressione violenta non è cosa su cui passarci sopra.

Personalmente penso che sul nostro splendido sport si sia spesa troppa e troppo immotivata retorica, come se il fatto di giocare con un pallone “diversamente rotondo” ci rendesse immuni dai problemi e difetti di altri sport. A volte ci siamo anche resi antipatici, ostentando una superba superiorità di Valori Morali a nostro dire insiti nel nostro DNA, contraddetta troppo spesso proprio dagli addetti ai lavori.

Invece anche il nostro sport, con la cresciuta popolarità e l'allargamento della base, era prevedibilmente destinato a subire il progressivo deteriorarsi dei principi valoriali e sociali di questi tempi, in un paese con scarsa cultura sportiva. Abbiamo finto di non vederlo, convinti di aver nel nostro “organismo” gli anticorpi necessari, che hanno funzionato per decenni ma che ultimamente hanno cominciato a non essere sufficienti.

Così abbiamo tollerato che sempre più dentro e fuori degli spogliatoi si usassero linguaggi bellici, toni epici, enfatizzando il valore della vittoria e della sottomissione degli avversari, molto spesso autorizzando e tollerando incitazioni alla violenza. Cominciando da concetti errati come Rugby Sport di combattimento: chiarisco, il rugby è sì uno sport di confronto e scontro anche fisico, che include anche il combattimento, ma non come ultimo fine e non come fine a se stesso. Il fine è la meta e portare il pallone nella meta avversaria. E ciò comporta anche, ma non solo, lo scontro fisico.

Faccio questa disquisizione perché è importante capire che quando c'è contatto e scontro fisico ci devono essere confini limitati, regole precise e rispettate, rispetto dell'avversario e spirito sportivo, rispetto del arbitro. Il che vuol dire che finita la partita tutto si risolve con una stretta di mano cavalleresca e una pacca sulla spalla. Qualche bella zuffa, qualche Bagarre per dirla alla francese, nell'eccitazione dell'agonismo c'è sempre stata, ma alla fine tutto si aggiustava nel terzo tempo: anche le intemperanze tra tifosi (“Barone” si ricorda bene Colleferro!)

È questo il senso originario del terzo tempo, finita la partita, fuori dagli spogliatoi, tutti amici, davanti ad una birra e ad un piatto di pasta, magari a prendersi in giro allegramente. Bene avete osservato cosa sono oggi i terzi tempi del minirugby e delle giovanili? Una squadra da una parte e una dall'altra, chi esce prima dagli spogliatoi non aspetta nemmeno gli altri per mangiare, spesso nemmeno gli allenatori e dirigenti condividono la tavola….allora che senso ha?
Lo stesso vale per il rispetto dell'arbitro, sempre più siamo costretti a vedere sceneggiate degli allenatori che innervosiscono giocatori e spettatori.

Ma gli episodi di intemperanza dei genitori, le invasioni, il pubblico che offende e assale i giocatori si stanno moltiplicando con preoccupante frequenza e gravità. Anche nei tornei di minirugby assistiamo a scene poco edificanti.
Allora non basta più dissociarsi, condannare e giustamente punire, bisogna cominciare un profondo concreto processo di educazione.

È quindi tempo che le società, i club prima della federazione prendano ad educare in primis i propri tesserati per poi trasmettere valori e comportamenti adeguati alle famiglie e ai genitori (che costituiscono la parte preponderante del pubblico delle giovanili), isolando sul nascere i fenomeni violenti e diseducativi. A partire dal minirugby, dove troppo spesso vediamo episodi di esasperato agonismo e sopravvalutazione della vittoria, dove il valore educativo della sconfitta sportiva ignorato, dove le aspettative genitoriali schiacciano e opprimono i giovani atleti che invece vogliono solo divertirsi e lottare sì per vincere, ma in modo sereno e “leggero”.
Rimbocchiamoci le maniche che c'è tanto da fare, cominciando col fare proposte concrete, come vertici tra società, incontri promossi dal comitato, materiale divulgativo per le famiglie, dibattiti.

 

Sergio Amaglio